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CONTACT IMPROVISATION

  • Immagine del redattore: Lene  Mare
    Lene Mare
  • 14 mag 2023
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 30 mar


Mentre la Contact Improvisation accade, c’è un istante in cui la percezione cambia qualità. Non è visibile a occhio nudo, eppure è inequivocabile: il controllo allenta la presa, e al suo posto compare una presenza più viva, più porosa. Il corpo smette di eseguire e comincia, finalmente, a partecipare.


Nata dalle ricerche di Steve Paxton e sviluppata attraverso il lavoro di Nancy Stark Smith e Lisa Nelson, la Contact Improvisation non è una tecnica da apprendere, ma un’esperienza da attraversare. Un territorio in cui il movimento emerge da un ascolto profondo. Non si costruisce dall’esterno, ma affiora dall’interno, come le immagini in un sogno.


Un sapere che accade


L’apprendimento corporeo non segue una traiettoria lineare e razionale bensì nasce dal contatto diretto con l'epserienza: dalla gravità, dal peso che si offre, dal corpo dell’altro che risponde.


Non c’è un “modo giusto” di replicare. C’è una disponibilità a sentire, momento per momento, ciò che accade e a lasciarsi sorprendere dallo sconosciuto. Il corpo diventa un laboratorio sensibile, capace di apprendere senza passare dalla spiegazione. E ciò che si sviluppa non è una forma, ma una qualità: la capacità di restare in relazione con l’imprevisto.




La percezione che si risveglia


Nel fluire della pratica, la percezione si affina fino a diventare quasi tattile anche dove non c’è contatto. Come suggeriscono gli approcci della somatics e gli studi di Bonnie Bainbridge Cohen, il corpo non si limita a muoversi: sente, distingue, orienta.


Il minimo spostamento di peso diventa una frase. Una variazione di tono, una scelta. Si impara a riconoscere quando sostenere e quando cedere, quando guidare e quando lasciarsi guidare. È una forma di ascolto che passa da un udito interiore attraversa la pelle, le ossa, lo spazio tra due corpi.


Ritornare a un linguaggio originario


Prima delle parole, il corpo era già dotato del suo linguaggio. La Contact Improvisation riapre quella dimensione primaria, dove la comunicazione è immediata, incarnata, inevitabilmente autentica.


Nel contatto, non si può fingere. Ogni esitazione, ogni slancio, ogni micro-resistenza racconta qualcosa. E allo stesso tempo, libera: perché non c’è nulla da spiegare, nulla da giustificare. Solo da abitare.


Come nelle pratiche di Lisa Nelson, ciò che conta è la qualità dell’attenzione: la capacità di restare sintonizzati con ciò che emerge, senza anticiparlo né trattenerlo.



Il tocco, in questo contesto è una soglia attraverso la quale il sistema nervoso riceve, risponde, si organizza.



Le ricerche in neuroscience e la teoria di Stephen Porges mostrano come il contatto consapevole possa favorire stati di sicurezza e attivare processi di co-regolazione. Nella pratica, questo si traduce in una sensazione concreta: il corpo si calma, si apre, diventa più disponibile.


Due persone che si muovono insieme senza bisogno di dimostrare, che preferiscono essere interessate piuttosto che interessanti non sono più solo due individui, diventano un sistema vivo, un'opera d'arte in movimetno che si schiude nella sua natura più autentica.


Un invito che passa dal corpo


La Contact Improvisation non si comprende fino in fondo con la mente. Va incontrata. Va attraversata. Non richiede competenze, né performance. Richiede presenza. La disponibilità a entrare in relazione con ciò che accade, senza sapere esattamente cosa accadrà.


E in questo spazio, sorprendentemente concreto e al tempo stesso aperto, può emergere qualcosa di essenziale: una fiducia nuova nel corpo, nella relazione, nel movimento come atto vivo. Perché, quando gli si dà spazio, il corpo non solo si muove. Ascolta. Risponde. E, silenziosamente, insegna.


Scrivimi se vuoi saperne di più e se sei interessato a portare questo Laboratorio nel tuo spazio

+39 3405752656



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